
Nel nostro lavoro di architetti c’è una zona di studio e di ricerca che forse i grandi maestri hanno sempre esercitato e che noi ora stiamo dimenticando avendo scisso, come il nostro momento culturale impone, le specializzazioni del fare architettura e dello studiare architettura.
Io sento un profondo bisogno di rinnovare questa “zona” quale elemento determinante dell’essere architetti.
Dopo una serie di prove ed esperimenti personali ho compreso che per avere la garanzia di rinnovarla, occorre predisporre dei momenti appositi in cui ci si imponga di farlo, non da soli, ma con un gruppo di lavoro: questa è la prima Condizione.
Occorre poi capire cosa fare, come allenarsi, come costruirsi quei “muscoli” atti a muovere la capacità di essere veramente architetti.
I laboratori servono appunto a soddisfare la prima condizione e a ricercare il “come” lanciando dei temi liberi paradossali ed “inutili”.
Il nostro fare architettura oggi credo che sia troppo configurato in modi e finalità figlie della cultura modernista e funzionalista. Cominciamo quindi a scardinarla per riconoscere quanto sia radicata in noi e quanto determini e imprigioni l’architetto contemporaneo.
I laboratori si svolgono in adiacenza alla mia abitazione e al mio ufficio nella ex-chiesa di S.Giovanni che il comune di Casciago ci concede.
Si vive nei luoghi da me messi a disposizione dei partecipanti nello stesso complesso di S. Giovani dove vivo e lavoro. Il periodo è Agosto.

L’architettura è l’oggetto di relazione per eccellenza. Non esiste altra forma d’arte (intesa come atto creativo condiviso) che metta in gioco la totalità dei nostri mezzi di costruire realtà. I mezzi sono innanzitutto quelli fisici, i sensi, e la mente quale strumento di sintesi. Nel tempo la mente predispone i concetti che di fatto costruiscono in nostra vece la realtà che viviamo; gli esercizi servono a ridefinire in modo originale i valori del bello ripulendo dalle sintesi concettuali le sensazioni che gli ambienti ci restituiscono.
